Giusy Chiumenti Interviste News

Eugenio Bennato: l’innovazione e la contaminazione nel solco della tradizione. In 13 brani

Eugenio Bennato ci racconta “Canzoni di contrabbando, Antologia 2016”, dal 29 gennaio nei negozi di musica, raccoglie i brani più significativi della ricerca musicale e autoriale del cantautore

Quarant’anni di carriera scanditi in tredici tappe. “Canzoni di contrabbando, Antologia 2016”, dal 29 GENNAIO 2016 nei negozi di musica, raccoglie i brani più significativi della ricerca musicale e autoriale di Eugenio Bennato, a buon titolo uno dei maggiori rappresentanti della musica popolare italiana. Quel genere etnico nostrano, la Taranta, che lo attira e lo conquista totalmente a partire dagli esordi della sua carriera, in controtendenza rispetto al gusto musicale di quegli anni Settanta che con lui vedono la nascita della Nuova Compagnia di Canto Popolare, il più importante gruppo di ricerca dedicato alla musica del Meridione. Autore in primis, interprete, musicista, napoletano doc indiscutibilmente innamorato del suo Sud, che oggi sul palco e nei suoi brani mette la stessa energia e curiosità di sempre, arricchita da nuovi spunti, contaminazioni, riflessioni.

– L’illuminazione e l’energia degli inizi sono sempre immutati?

Personalmente sento la necessità di esprimermi con nuove melodie, intuizioni di testo che sono presenti nei nuovi brani come Mon père et ma mère, che è in lingua francese: ho spiazzato il mio pubblico! Un pubblico straordinariamente affezionato verso il quale ho una grande responsabilità: quella di non deludere e di dare energie nuove a questa voglia di una musica legata alla nostra tradizione pur affrontando temi del presente.

– Un lavoro antologico, con un inedito. Perché questo progetto?

Perché molte delle cose che ho scritto negli ultimi tempi appartengono ad album diversi, ma fanno parte di un percorso, per fortuna, abbastanza coerente. Così i discografici mi hanno suggerito di raccogliere i brani più significativi, a partire da un inedito, l’ultimo che ho fatto e che si può definire un po’ come il capolinea di questo discorso. Argomento del brano è quello dell’emigrazione dai nuovi sud del mondo dall’Africa verso l’Europa. La testimonianza di un ragazzo del Camerun, che ho incontrato e mi ha pregato di scrivere una canzone.

– Dove lo hai conosciuto?

A Tangeri. Aveva attraversato il deserto con l’avventuroso viaggio trans-sahariano, per arrivare al Mediterraneo. Mi ha proposto dei versi. Essendo io stesso un autore non capita spesso, ma questa volta ho colto l’input: questa rima che dice Mon père et ma mère se sont connus dans la galère (“Mio padre e mia padre si sono conosciuti in cattive acque”), nella sua semplicità ed ingenuità l’ho trovata straordinaria. E questo è stato il punto di partenza dell’antologia che continua andando a ritroso nel tempo, a quando scrissi “Briganti se more”, diventata una specie di inno per tanti ragazzi del Sud.

– Ti sei fatto un’idea del perché?

“Briganti se more” era la colonna sonora di uno sceneggiato: i titoli di testa de “L’eredità della priora”, un brano che poi è sopravvissuto indipendentemente dalla messa in onda. Aveva una forza evidentemente oggettiva che portava tanti ragazzi con la chitarra a riprendere questo brano e farlo diventare inno. Oggi posso dire con soddisfazione che molte manifestazioni di rivendicazione, in Sicilia come a Napoli, vengono scandite al passo di “Ome se nasce, brigante se more”.

– Quali altri brani scandiscono questo percorso?

Bè un altro step di questa antologia è la fondazione di Taranta Power, alla fine del secolo scorso. Fine anni Novanta: Nineteen ninety-eight Taranta Power is up to date!

– Questa l’hai detta anche a Peter Gabriel?

Bè, il suo Womad e altre grandi manifestazioni italiane, vedi Melpignano, nascono proprio a ridosso di questa data e chiama a raccolta le energie giovanili. Oggi assistiamo ad una vera rivoluzione culturale, al sud come al nord Italia, perché è sorprendente che si fondino scuole di Taranta, di ballo per esempio; vanno a colmare un vuoto di decenni rispetto al flamenco o altre danze popolari mediterranee. Oggi diventa un movimento con centinaia di migliaia di adepti e affezionati. E negli ultimi concerti che ho fatto, ho visto quanto i giovani, che vengono anche dal pop e dal rock, siano attratti e contaminati da questa energia etnica. E’ un dato di fatto importante

– La musica popolare è stata la sfida iniziale della tua carriera. Qual è l’ingrediente principale che oggi conquista tanti?

Allora c’era una componente a volte ideologica un po’ forzata, che andava a spegnere l’interesse che oggi è squisitamente culturale, verso una danza, un gesto, un simbolo della trasgressione, la Taranta. Ha una valenza rock perché un concerto di Taranta è simile quelli rock anni Sessanta-Settanta-Ottanta.

– Per l’energia che mette in moto?

Per l’essere la sponda opposta rispetto alla musica di consumo. Da una lato esistono i prodotti di “X Factor” e “Amici”, dall’altra esistono le scelte dei ragazzi che vanno direttamente nelle piazze e nelle strade ed è una contrapposizione molto netta.

– E come viene recepito questo genere nel contesto musicale internazionale?

Prima mi citavi Peter Gabriel e in tema di world music, l’Italia è stata assente dalle manifestazioni del genere fino agli anni Novanta, a quel ‘98. Il grande pubblico come gli addetti ai lavori che seguono questi festival, vuole riscoprire nella musica i caratteri di un’etnia, di un popolo, una regione e questo lo trova nella musica che faccio, lo scopre a partire dal ballo, da strumenti particolari come le castagnette, la chitarra battente, soprattutto il tamburello, elementi che hanno una valenza spettacolare già in partenza e appartengono unicamente alla nostra tradizione.

– In questa antologia proponi nuovi arrangiamenti o contaminazioni?

In generale non c’è alcuna preclusione ad altri linguaggi, come il rap che è tipico della Taranta (e che nell’album propongo in francese). Qui c’è più spazio alle voci graffianti tipiche del sud. Sono il più convinto assertore della musica popolare però sono un autore e in realtà questa antologia è fatta di brani d’autore, che riguardano principalmente la nostra essenza di gente del Sud e la nostra storia.

– E qual è questa essenza?

C’è oggi un pensiero forte che si sta affermando, il cosiddetto “pensiero meridiano”, che vuole scuotere il Sud dal torpore di passività e vittimismo, affermando proprio nell’era tecnologica la necessità di alcuni valori, uno dei questi, per essere meno vago, è la lentezza. Viene riscoperta come valore positivo, elemento che consente di contrapporsi alla velocità concitata e a volte delirante della civiltà tecnologica – pensa alla velocità di Internet, all’assuefazione ai computer, alla tv, ai social.

– A proposito del nostro Mediterraneo, la culla della cultura oggi è al centro della cronaca con la sua storia di drammatica emigrazione; con quelle primavere sociali e culturali che stavano fiorendo sulle sponde nordafricane e che si sono in qualche maniera ripiegate su loro stesse. Come la vedi?

Anche io avevo scritto delle cose sulla primavera araba, poi ci troviamo di fronte a estremismi davvero orribili e da rigettare senza mezzi termini. Ma questo non deve portarci a rinunciare a delle grandi conquiste, per esempio la coesistenza, il senso dell’accoglienza che l’Italia ha verso gli extracomunitari. Le mie sono sempre scelte estetiche, a partire dalla musica popolare: quando avevo diciotto anni pensavo che la chitarra battente che si suonava nel Gargano fosse più bella della chitarra elettrica che si suonava a Sanremo. Era più bella quella musica che mi faceva volare e sognare di più.

– Questo ha influito sulle tue collaborazioni e lavori?

Sì. Mi sono trovato attorno personaggi che venivano da luoghi come la Tunisia, il Marocco e spinto dalla mia curiosità o da quella lentezza che mi consente di osservare le cose, mi sono reso conto che queste persone oltre a raccogliere pomodori nei campi, erano Artisti, ci potevano raccontare fatti poetici e musicali importanti. Così, da “Che Mediterraneo sia”, ho cominciato ad usare la lingua araba, a sdoganarla, cosa che altri hanno ripreso e sposato. Quindi volgere in positivo la presenza di altre culture: e questa è la storia del mondo. Una contaminazione che è il sale del progresso e della storia.

Sara Cascelli | Foto: Giusy Chiumenti

Autore

Sara Cascelli

Sara Cascelli

Classe 1977 è giornalista pubblicista, laureata in Scienze Politiche. Ama la scrittura e la comunicazione. Collabora negli anni con diverse testate e magazine scrivendo prevalentemente di teatro, musica, eventi e realizzando numerose interviste. Si dedica contemporaneamente all’attività di ufficio stampa, dal teatro alla televisione e sperimenta l’esperienza radiofonica, tra web radio (3 stagioni su www.deliradio.it con Il Tè di Mezzanotte, e ora su www.mixcloud.it ), e FM (radio Manà Manà “38° Elemento”).