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Due chiacchiere con il Signor Giancane

Una piacevole intervista tra vino, musica dal vivo, tante risate e la splendida cornice dei GIARDINI DI PALAZZO ALTIERI

Giancarlo Barbati, chitarrista del gruppo Folk Rock romano IL MURO DEL CANTO, è in arte GIANCANE ed ha esordito con il suo album da solista CARNE il 12 /12/2013. L’ho incontrato ieri ad Oriolo Romano (VT), dove ha fatto tappa il suo DOG TOUR ospite del MUSO MUSIC FESTIVAL ed abbiamo fatto una piacevole intervista tra vino, musica dal vivo, tante risate e la splendida cornice dei GIARDINI DI PALAZZO ALTIERI.

– Sappiamo tutti che il tuo nome d’arte è un mix tra quello di battesimo ed il soprannome che ti hanno dato i tuoi amici, ma perché proprio cane?

Sì, i miei amici mi salutano così: “Ciao Cane!”. Ma lo fanno in amicizia, con amore e allora ho scelto di usarlo.

– Tu sei di Roma, il quartiere in cui sei cresciuto ha influenzato la tua produzione musicale?

Sono cresciuto a Monteverde, quartiere che chi conosce Roma sa essere una zona “bene” e quindi piena di vecchi. E sono proprio loro, i vecchi di Monteverde, di cui parlo nella mia canzone. Molta della mia rabbia la devo proprio alla loro presenza, all’ambiente e a come mi trattavano. Alla fine hanno chiamato i Carabinieri… (Ride).

Ora vivo a San Paolo, mi piace e mi trovo bene.

Vivevo in un palazzo piccolo, aveva solo tre piani ed io ero l’unico giovane dello stabile. Dopo le 9:30 di sera non potevo fare nulla, neanche il più piccolo rumore, che me li ritrovavo al portone a protestare. Il giorno che è scaduto il contratto di affitto ho suonato tutta la notte, alzando il volume sempre di più, una tacca alla volta ad ogni protesta, ad ogni colpo di scopa.

– Nella tua canzone dai per scontato che anche te sarai un vecchio, per usare le tue parole, “di merda”: lo pensi veramente?

Io penso di esserlo già.

– Sei giovane, quanti anni hai?

Ne ho 35. Ma me li porto male, è una questione interna, un modo di essere e di vivere, non ha nulla a che fare con l’età anagrafica. Io sono già vecchio perché mi piace restare a casa e sdraiarmi sul divano a guardare la TV. Sono il primo a reclamare se qualcuno esagera, quindi essendo già pienamente entrato in quella fase della vita che è la vecchiaia , mi sento in diritto e mi permetto di prendermela anche col me stesso del futuro.

– Dunque, la rabbia che sfoghi nelle tue canzoni, non è rivolta solo a questa società di apparenze e alle persone che la rendono tale, ma è anche una rabbia verso te stesso?

Sì, è una rabbia che sfogo in generale, sentimento che accumulo giorno per giorno vivendo.

Ovviamente è anche verso me stesso.

– Con la carriera che hai fatto però non dovresti avere nulla da rimproverarti, no?

No, faccio un lavoro che mi piace, ma purtroppo non mi permette ancora di viverci. Quando parlo del “me operaio” mi riferisco veramente al mio vero lavoro, sono un fonico, cosa che per me è il “vaso di Pandora”.

– Ma apriamolo questo vaso!

(Ride). Registrando i dischi degli altri sono costretto a sentire di tutto e questa cosa a volte è un po’ deprimente.

– Parliamo del tuo album solista “Carne”. Come immagine di copertina e come packaging hai scelto del macinato di carne; alla sottoscritta hai fatto venire fame, ma immagino fosse una provocazione…

Un pochino, ma in realtà era un’idea che avevo in mente, mi piaceva e l’ho messa in pratica. Sono completamente da solo, non ho niente, nessun vincolo e non devo chiedere permesso, quindi perché non farlo? E l’ho fatto. Tutto quello che esprimo è spontaneo, viene da sé e anche l’idea del cellophane e dell’offerta speciale sono nate da sole, nella mia testa.

– Domanda filosofica: siamo per forza destinati ad essere carne da macello? O ci sono delle vie di fuga da questo mattatoio?

Devo essere realista e pessimista come sono?

No, non ci sono vie di fuga. Se ci sono da subito nascendo in ambienti già pre-impostati, ben venga, ma per chi se le deve creare da solo, la vedo dura. Forse l’unica soluzione è la fuga stessa.

– Sappiamo che hai usato la musica come terapia psicologica low-cost, sta funzionando?

Sì, strillo mi sfogo e sta funzionando. Ecco, questo potrebbe essere il mio ultimo disco, potrei guarire definitivamente e non avere più bisogno di suonare. Da un lato è quello che spero! (Ride ancora).

– Voglio essere indiscreta: nella canzone “La vita”, che è anche la mia preferita dell’album, sei autobiografico fino in fondo?

Più o meno, ma ovviamente è romanzata. Mio nonno non mi rubava i soldi del topino dei denti, ma mia nonna era veramente una stronza! Ognuno ha i parenti che si merita, forse io mi meritavo lei.

– La pecora della tua canzone chi è? Lo hai scoperto?

In realtà ancora non lo so. Tutto è nato la mattina dopo una serata “strana”, ogni tanto bevo e me la sono trovata in cucina, l’ho vista veramente. E’ stato un flash, però non abbiamo parlato…

– Ho letto da qualche parte che tempo fa suonavi solo con strumenti giocattolo, è vero?

Sì è vero. Fondamentalmente sono sempre da solo e mi diverto come un pazzo a sperimentare e a fare cose strane. A volte mi vengono a trovare i miei amici e mi assecondano nella mia follia musicale. Facciamo una specie di psicoterapia di gruppo, anche perché quelli che suonano con me sono tutti disagiati.

– Stasera ce lo farai un “momento Fiorello” qui al Muso Festival?

Certamente! Senza Fiorello non andrei da nessuna parte. (Ride di nuovo). Cercherò di farvi fare qualche coro e spero che anche voi mi assecondiate.

– Ieri su Radio Rock hanno trasmesso tra le novità della settimana il tuo ultimo pezzo che parla di Hoogan blu. Se avessi indossato quelle scarpe, me l’avresti concessa questa intervista?

(Ride). Sicuramente, ma ti avrei anche preso parecchio in giro!

– Perché hai scelto di fare una cover di “Riderà” di Little Tony?

Mi piace molto come canzone, è molto profonda, adoro le parole e poi ascolto tutto il pop italiano ed il beat. Little Tony mi piace tanto e dato che io non so scrivere canzoni d’amore ne ho presa una sua. Per il lavoro che faccio ascolto ogni genere di musica, dai Cannibal Corpse a Tiziano Ferro. Ho molte fonti d’ispirazione.

– Ultima domanda: mi occupo di una rubrica letteraria su Il Quorum e Qube Music che si intitola LITERARY PRESCRIPTIONS, quale libro prescriveresti a te stesso?

E’ una domanda difficile, mi hai messo in difficoltà. Ci penso e te lo dico dopo il concerto.

Giancane dopo il concerto ha consigliato a se stesso e a noi il “Vecchio e il mare” di Ernest Hemingway.

L’ho ringraziato del suo tempo e gli ho detto di continuare a suonare a prescindere dal suo stato mentale, perché la sua musica ci piace e mette allegria; perché secondo me da vecchio sarà molto meglio dei parrucconi di cui canta.

Francesca Romana Piccioni

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Francesca Romana Piccioni

Francesca Romana Piccioni

Classe 1985, nonostante una lieve forma di dislessia, ma grazie ad una volontà di ferro, impara a leggere precocemente. E’ ancora alle elementari quando una sua zia, al tempo Prof. di italiano, con il libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury prima, e con la trasposizione cinematografica di Truffaut poi, fa di lei una fissata del genere Sci-Fi e una nerd prima che l’esserlo diventasse di moda. Frequenta il Liceo Scientifico e la Facoltà di Medicina e Chirurgia, continuando a coltivare con tenacia la sua passione per la letteratura. Oltre ad aggiornare costantemente la sua già ricca collezione di libri, cinema, serie TV e scienza sono il suo pane quotidiano. Quando esce di casa, lo fa sempre con un libro in mano. Non si può mai sapere. Il tempo e il modo per leggere si trovano sempre.