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Destiny 2: un gioco che porta alla dipendenza

Un action/shooter in prima persona che se riesce a catturarti non ti lascia più

Ufficialmente, il giorno mercoledì 6 settembre 2017 è uscito Destiny 2. Ufficiosamente, i malati come il sottoscritto ci stavano già giocando dal pomeriggio del giorno precedente perché i server hanno aperto alle 14:00, la mezzanotte australiana (infatti Destiny 2 può essere avviato solo se si è online). Abbiamo fatto bene: il 6 i server erano intasati perché c’era troppa gente a giocarci.

Questo per far intuire a chi non lo conosce, quanto Destiny 2 (sulla scia del suo predecessore) sia un gioco dall’impatto enorme sull’attuale panorama videoludico. Sulla rete troverete uno sproposito di dettagliatissime recensioni, video e tutorial che vi descriveranno minuziosamente tutti gli aspetti in-game di questo Shared World Shooter. Quindi, se vi interessa solo sapere com’è il gameplay, leggetevi quelle. Io preferisco focalizzarmi su ciò che questo gioco induce: dipendenza. Bungie (la software house che lo ha sviluppato, la stessa di Halo per intenderci) è riuscita a mischiare una serie di archetipi, citazioni e meccanismi dopanti con un equilibrio e una sapienza praticamente inspiegabile. Piloti il tuo astore e ti senti subito Anakin sul suo sguscio in Star Wars; incontri la razza dei Vex e ti rendi conto che sono i cugini dei Geth di Mass Effect; incappi in una tana dell’Alveare e sei circondato dai bozzoli di Alien… eppure non reagisci pensando a un plagio, bensì senti salire una inconscia esaltazione perché li recepisci come nuovi, ma allo stesso tempo familiari. Insomma, hanno copiato un gran bene, il giusto direi, e non si sono fatti troppo sgamare.

Destiny dura poco, eppure non finisce mai. In Destiny si fanno sempre le stesse cose, eppure sono ogni volta diverse. Con incredibile maestria questo gioco ripropone gli stessi contenuti all’infinito, ma aggiungendo quelle piccole variazioni (e soprattutto quelle agognate ricompense) che ti portano a giocare a rigiocare con testardaggine finché non raggiungi il tuo obiettivo.

Ogni settimana vengono aggiunti contenuti o mischiate missioni e ricompense e senza accorgertene ogni settimana non vedi l’ora di trovarti con il tuo Clan per portarle a termine. Sì, “Clan”, perché Destiny ti stimola, in alcune parti addirittura ti obbliga, a giocare in gruppo.

L’attesissimo, e impegnativissimo, “Raid” è il momento più alto che il gioco raggiunge prima di ogni espansione, durante il quale sei giocatori di comprovata esperienza devono imparare a coordinarsi e collaborare tra loro per superare sfide davvero impegnative per ottenere infine l’agognato bottino. Il “Raid” è dove alcune amicizie nascono, mentre altre si distruggono. E sono serio.

Il primo Destiny ci ha tenuti impegnati per tre anni, ha creato un gruppo di amici lungo tutto lo stivale (a volte anche oltre) e ha portato addirittura a incontri alla Carramba Che Sorpresa. Da qui l’amore incondizionato per Destiny 2, ancor prima di qualsivoglia recensione e nonostante i mille problemi che hanno avuto (e in parte ancora hanno) moltissimi utenti cui è stato dato in dotazione uno specifico modem che, per qualche oscuro incantesimo, rende impossibile giocare con una connessione stabile. Io, tra i sopracitati sfortunati, se non avessi risolto avrei sicuramente cambiato operatore pur di giocare a Destiny 2.

Se proprio si vuole trovare un difetto in Destiny 1, si può dire che una volta ottenuti tutti gli equipaggiamenti migliori e portato i propri personaggi (tutti e tre) al massimo livello, l’interesse può scemare ritrovandosi a giocare quasi solo per stare in compagnia e per combattere in Crogiolo (cioè affrontare squadre di altri giocatori online nel cosiddetto PvP). È troppo presto per giudicare Destiny 2 da questo punto di vista, ma l’impressione è che Bungie abbia cercato quantomeno di migliorare questo aspetto e di aggiungere longevità. Sarà il tempo a dirci se ci sono riusciti oppure no.

Chi ha provato a seguire la scia di Destiny al momento ha miseramente fallito, come nel caso di The Division della Ubisoft, che ha sostanzialmente la stessa struttura di Destiny, ma una trama banale (il solito virus), un’ambientazione monotona (la solita New York), i soliti e spersonalizzati nemici (quattro fazioni sostanzialmente uguali tra loro) e i soliti soldati (che hanno un po’ sfracellato la pazienza). Tutto decisamente poco interessante e che ne ha decretato un prematuro tramonto. Questo per dire che non è semplicemente la struttura di gioco a decretare il successo di Destiny 2, ma anche il mix visivo con panorami mozzafiato, nemici molto diversi tra loro ed elaborati e in generale un’ambientazione a metà tra il fantascientifico e il mistico che affascina e trasporta, accompagnata anche da una colonna sonora davvero notevole.

Insomma, Destiny è un altro mondo, che può lasciare indifferenti se non si sposa coi nostri gusti (è pur sempre un action/shooter in prima persona, nonostante la forte componente di gioco di ruolo, il farming e le assurde sfide da puzzle-game), ma se invece riesce a catturarti, allora non ti lascia più.

Stefano Lucchelli

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Qube Music

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