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Daniele Coccia, la calda voce di Roma

La voce di Daniele è calda e avvolgente e quasi mi dimentico che questa è un’intervista e non un momento di svago tra amici… l’emozione che trasmette dal vivo è quasi maggiore di uno sterile ascolto in cuffia

Daniele Coccia, cantante de IL MURO DEL CANTO, il TILL LINDEMANN (vocalmente parlando) nostrano mi accoglie all’Eutropia Festival a Testaccio come un amico e ottimo padrone di casa, mi racconta le sue disavventure per arrivare in tempo all’evento di questa sera: AFA CAPITALE, organizzato da RADIO ROCK in collaborazione con IL PIOTTA, BESTIE RARE, ovviamente IL MURO DEL CANTO e con la partecipazione di SIMONE ELEUTERI (DANNO dei COLLE DER FOMENTO).

La voce di Daniele è calda e avvolgente e quasi mi dimentico che questa è un’intervista e non un momento di svago tra amici. Ci sediamo su di un muretto, circondati dalle opere di SOLO e DIAMOND (ndr famosi writers romani), e iniziamo.

– COME TI SEI AVVICINATO ALLA MUSICA?

Ho iniziato a suonare fin da bambino. Sono tanti anni ormai che vivo il mondo della musica. Ho suonato in molti gruppi, ogni genere di musica, dal rock al metal. Fino a qualche anno fa facevo parte dei SURGERY, un gruppo elettro-industrial, sicuramente una realtà molto diversa da IL MURO DEL CANTO. Ho sempre ascoltato di tutto, dai cantautori ai gruppi rock.

– NEI SURGERY TI ESIBIVI INDOSSANDO UNA MASCHERA, COSA SI PROVA A CANTARE SENZA?

All’inizio, dopo tanti anni di maschera indossata “realmente” on stage con i SURGERY, ammetto che non è stato semplice toglierla e in un certo senso penso sia stata una liberazione importante per me, ma non ti nascondo che le libertà, che una maschera concede, mi mancano molto.

– TI SENTI MATURATO IN QUESTI 15 ANNI DI ATTIVITA’?

Si, sicuramente. Molto. Sento di essere cresciuto personalmente anche grazie ai tanti progetti e alle collaborazioni fatte. La musica, il tipo di scrittura, l’approccio, sono cose che crescono con l’età, io sono cresciuto come persona e come artista. Mano a mano acquisisci delle nozioni e delle conoscenze che da “ragazzetto” non avevi, soprattutto su come ci si muove in questo ambiente. La crescita artistica si basa anche su questo. Mi sarebbe piaciuto avere le basi che ho ora nel momento in cui ho iniziato a fare musica. Anche solo quelle a livello manageriale, avrei sicuramente perso meno tempo a capire come funziona. Ci vorrebbe un tutor, qualcuno che ti spiega e che ti insegna come racimolare soldi ed ingaggi, a trovare chi ti procura i concerti, chi ti stampa il disco, come gestire i diritti e la SIAE. L’educazione civica della musica. Per un ragazzo alle prime armi avere qualcuno che ti spiega che amplificatore comprare, l’importanza della qualità del suono e degli strumenti, come districarti è qualcosa che manca. Viviamo nell’epoca dell’immagine e anche quella è fondamentale, avere qualcuno che ne sa e che se ne occupa può dare una spinta in più.

– L’IDEA DI CREARE UN GRUPPO FOLK ROCK COME E’ NATA?

E’ stato un pallino che ho sempre avuto, un desiderio che nasceva da dentro, quando è diventato più forte ho cercato di metterlo in pratica, ho scritto canzoni e abbiamo cominciato a suonarle. E’ stato un parto naturale. IL MURO DEL CANTO è nato così.

– A CHI TI SEI ISPIRATO? O PENSI CHE IL VOSTRO SIA UN PROGETTO TOTALMENTE ORIGINALE?

In parte alla musica romana, quella classica che conosciamo tutti, ma il resto deriva maggiormente dalla scena internazionale, dal dark in particolare. Di folk inteso come musica popolare italiana noi abbiamo ben poco, l’ispirazione è maggiormente d’oltre oceano e anglofona, folk americano, NICK CAVE…

– DAL PUNTO DI VISTA SOCIALE SIETE MOLTO IMPEGNATI PER ROMA.

L’impegno sociale nasce insieme all’idea di fare un gruppo folk rock romano, non saprei spiegare come le due cose siano legate, ma noi cantiamo in romano e ci guardiamo intorno, osserviamo quello che ci circonda e tra occhi e bocca c’è di mezzo il cervello, che elabora, pensa ed è da qui che escono le canzoni. E’ il nostro punto di osservazione. Il fatto di parlare in romano dipende da una scelta voluta, dal desiderio di esprimerci con il linguaggio che tutti i giorni usiamo a casa, diretto e facilmente comprensibile.

Canzoni come IL LAGO CHE COMBATTE e 7 VIZI CAPITALE penso siano doverose, chi canta e chi fa arte in questo momento storico, nell’attualità di oggi, deve prendersi delle responsabilità ed è giusto raccontare. Se non lo fai non sei un vero artista. Questo è un periodo in cui bisogna dire ciò che succede, narrare gli eventi. Poi ovviamente non si può solo parlare di problemi e di crisi, un gruppo musicale non può diventare un telegiornale.

– INFATTI PARLATE ANCHE DI ARGOMENTI PIU’ D’INTRATTENIMENTO COME LA GELOSIA.

In molte canzoni parliamo di gelosia, come in PESTE E CORNA o in SERPE IN SENO, ce ne sono molte.

– SONO STORIE VISSUTE O STORIE RACCONTATE?

Sono entrambe le cose, raccontate e sentite dire, ma anche vissute personalmente sulla pelle. Molti mi chiedono se sono una persona gelosa, io non sento di esserlo, ma quando scrivo, parlo di persone che sono state gelose nei miei confronti, o di quello che vedo in giro, tra la gente e ho notato che la gelosia e l’amore sono un motore molto potente che muove tante vite. Su questo tema ci sono molte cose da dire e da ascoltare. Tante persone sentono le nostre canzoni sull’argomento e le fanno loro, le sentono proprie.

– AVETE COLLABORATO CON MOLTI ARTISTI

Le collaborazioni sono molto importanti e molte di queste, quasi tutte, le portiamo questa sera sul palco dell’EUTROPIA FESTIVAL. Praticamente tutto il rap romano (Ride). Tommaso (Il PIOTTA), COLLE DER FOMENTO, BESTIE RARE…

E’ una cosa che ci piace parecchio, perché è strana e molto particolare, il rap di Roma ha un approccio molto diretto, anche legato alla tradizione romana.

– CON CHI TI PIACEREBBE COLLABORARE IN FUTURO?

(Pensa) Io parlo per me (Ride), i sogni sono tanti, ma tra gli artisti italiani viventi, sicuramente con PAOLO CONTE e BATTIATO. Dei grandi.

– DOMANDA DI RITO PER LA MIA RUBRICA “LITERARY PRESCRIPTIONS”: CHE LIBRO CI PRESCRIVERESTI?

Ne avrei tanti, ma adesso c’è un libro in particolare che mi sta piacendo molto, non so se possa aiutare a crescere, ma lo trovo veramente bello, è IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE di FERNANDO PESSOA. Di getto vi prescriverei questo.

Saluto Daniele e lo lascio andare nel back stage, lui mi saluta baciandomi sulla guancia, come se fossimo amici da una vita. Questo “ragazzetto” sa farti sentire a casa, parte di un tutto, di una città splendida come Roma. Con il suo impegno sociale e la sua voce potente come un tuono, ti coinvolge e spinge a lottare per la città, perché essa siamo noi, tutti i giorni. Sul palco non delude e anzi l’emozione che trasmette dal vivo è quasi maggiore di uno sterile ascolto in cuffia. Una voce da brividi.

Francesca Romana Piccioni

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Francesca Romana Piccioni

Francesca Romana Piccioni

Classe 1985, nonostante una lieve forma di dislessia, ma grazie ad una volontà di ferro, impara a leggere precocemente. E’ ancora alle elementari quando una sua zia, al tempo Prof. di italiano, con il libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury prima, e con la trasposizione cinematografica di Truffaut poi, fa di lei una fissata del genere Sci-Fi e una nerd prima che l’esserlo diventasse di moda. Frequenta il Liceo Scientifico e la Facoltà di Medicina e Chirurgia, continuando a coltivare con tenacia la sua passione per la letteratura. Oltre ad aggiornare costantemente la sua già ricca collezione di libri, cinema, serie TV e scienza sono il suo pane quotidiano. Quando esce di casa, lo fa sempre con un libro in mano. Non si può mai sapere. Il tempo e il modo per leggere si trovano sempre.