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Con Tricarico la canzone è una rivoluzionaria magia (Intervista Esclusiva)

La forza dell’immaginazione che crea quello che non c’è

La forza dell’immaginazione che crea quello che non c’è…

L’immaginazione prende una forma, la creatività trova uno sfogo e la tecnica la sua più alta applicazione: tradurre un’emozione. Sembra questa la sintesi possibile di una lunga chiacchierata con Francesco Tricarico, musicista che della canzone ha fatto il contenitore privilegiato di emozioni e messaggi, il laboratorio per scomporre e ricostruire quel che c’è dentro con quanto avviene fuori di sé, il veicolo capace di trasmettere vita e vitalità, quella che sembra persa o oscurata in momenti di crisi. E la rivoluzione vera non è che la curiosità di vedere tutto da un altro punto di vista e ricominciare. Parlando con l’artista milanese, classe 1971, pluripremiato cantautore italiano, ritrovare la purezza e la spontaneità, sfruttare la curiosità e la conoscenza, è una svolta semplice, alla portata di tutti. Un messaggio che viaggia da sempre sulle note delle sue canzoni, che anche quando sembrano giochi o filastrocche, riescono a far vibrare le corde più profonde di chi ascolta.

Io sono Francesco è il tuo primo singolo: perché sei partito da lì?

Per fortuna sono partito da lì! Avevo molte belle canzoni, Gioia, Musica, ma i miei produttori, dicevano, che mancava qualcosa. Ricordo ancora le parole di Mario Tondini che mi spiegava: “E’ come se tu dovessi presentarti al pubblico”, perché già 15 anni fa, con un singolo ci si giocava tutto. Riflettei molto, non arrivò subito questo pezzo, poi quando ebbi l’idea, venne di getto tutta la canzone. Pensai “Buongiorno, buongiorno, sono Francesco” e questa mi sembrava una bella apertura, una presentazione. Nasce tutto da lì.

– E qual è il ritratto che hai fatto di te con questa canzone? Cosa ha recepito l’ascoltatore di te?

Certamente viene trasmessa una cosa molto intima, personale. C’è stata la condivisione schietta di un episodio che potrebbe essere successo ad altri: tutti nel loro piccolo hanno subìto delle piccole ingiustizie, delle forzature, una sottovalutazione o non considerazione della persona. Quello raccontato è il torto subito da una persona indifesa, come sono i bambini. Qualsiasi individuo che cresce ha a che fare con il mondo esterno, ha una relazione con la società rappresentata in quel momento dalla maestra. La scuola poi, in particolar modo, inizia ad educarti (e ci riesce bene di solito), a fare in modo che tu non sia un problema per la società: devi essere educato, rispettoso e se non sei nei parametri vieni fatto fuori. Ricordo la mia esperienza: erano gli anni 70, a Barone, una zona abbastanza dura di Milano, per cui avevo in classe personaggi estremamente forti e il tentativo della scuola era quello di “addomesticare” questi bambini, educarli affinché non diventassero un problema nella società.

– L’esordio da una vicenda autobiografica per arrivare al più recente La Mela, che riguarda l’intero sistema Paese. In mezzo numerosi album e altrettante canzoni. Come puoi sintetizzare questo tuo percorso?

Lo hai sintetizzato tu per me! Ero un ragazzo difficile, la musica mi ha permesso innanzitutto di trovare lavoro, una forma di sussistenza in un sistema dove dovevo mantenermi. All’inizio non sapevo come fare, poi grazie a Dio e grazie a me anche, ho fatto il Conservatorio. Per cui avevo la musica in mano e sapevo usarla. Il mio percorso artistico è innanzitutto un’osservazione interiore (che parolone!) per capire il marasma di conflittualità, di emozioni contrastanti, di voglia di stare con la gente, che c’è in me. Poi trovo la costruzione positiva, cioè la canzone: tutte queste conflittualità potrebbero essere distruttive, invece il disegno, la musica, le cose che ho imparato a scuola, sono diventati i mezzi per indirizzare tutto questo. Capito me stesso, allora osservo il mondo esterno e come funziona il sistema in cui io vivo. Mi faccio tante domande. E nelle canzoni, nel mio piccolo, provo a mettere a fuoco questi punti. Prima lo facevo da figlio, oggi da padre mi trovo a che fare con altrettante domande. E quello che vedo è un sistema completamente marcio!

– A proposito, la mela marcia qual è? Come è marcita e come salvare tutto il cesto, per usare la stessa metafora?

Come è marcita mi sembra evidente. Ma non so se la mela è stata fatta marcire per volontà o perché ci sono persone incapaci in posizione di potere, responsabili del marcio; d’altronde qualcuno ce le ha messe e allora siamo tutti responsabili di questo. Perché siamo arrivati a far marcire tutto è una domanda complessa. Ci possono essere più letture; tutto questo potrebbe far comodo a qualcuno: c’è una mela bellissima, me la prendo, me la compro, faccio credere agli italiani di essere poveri, incapaci e io con la mela faccio quello che voglio. Il nostro è un Paese eccezionale, non ce ne rendiamo conto, è un paese ricco. Ora siamo in un momento di povertà e intorno ci sono ricchezze che altri stanno prendendo, risorse che altri stanno gestendo. Come facciamo ad uscirne? Basterebbe dire dei “No!”, dire quello che si pensa. Quello che vedo intorno è una grande paura. Vediamo un re nudo, ma non abbiamo coraggio di dirgli: “Vatti a vestire, non voglio vederti nudo!”.

– Nel 2007 scrivevi per Celentano che La situazione non è buona. Dopo otto anni arriva La mela. Come evoluzione… non c’è male!

Otto anni fa ero stato lungimirante, già eravamo in una brutta situazione! La canzone La mela è estremamente positiva, attenzione! Perché quando la situazione non era buona, siamo andati incontro a dieci anni di sfacelo. Adesso o c’è la distruzione totale, o c’è un nuovo boom. Questa secondo me è stata una piccola guerra. Siamo nelle macerie, non quelle vere che sono altrove, ma sono scoppiate delle bombe che hanno cambiato degli assetti, delle cose: per esempio, parlando del mio lavoro, non ci sono più soldi, i Comuni non hanno più soldi per fare concerti. Sembra una cosa stupida ma la musica è importante, è stata svilita; ha un potenziale, come ben sapevano negli Stati Uniti con il rock ‘n roll o il cinema. La musica non è varietà, non è intrattenimento, è cultura, è far passare dei messaggi positivi o negativi o anche vacui come avviene adesso. La musica non trasmette più nulla: da ascoltatore, sento una canzone e non mi arriva niente, non mi rimane una parola, non mi ricordo una canzone degli ultimi 5 anni… per essere buono.

– E perché?

Non lo so, è una risposta difficile. I cantanti comunque vengono scelti e viene scelto su chi fare degli investimenti. Come nei talent: tu selezioni molto chi avrà successo, lo dico con il massimo rispetto per tutti, selezioni interpreti, autori. La musica potrebbe essere un motore per ripartire: se inizi a far passare una canzone dicendo “Va tutto bene”, oppure “Mi sveglio e vado a lavorare”, sto dando un certo messaggio, positivo. Ho debiti ma faccio come se non li avessi, riparto. In questi anni la musica è stata fatta diventare ridicola. Oggi fanno sognare più gli chef che le rockstar!

– Come ha inizio la tua carriera di cantautore? E quali “autorevoli” colleghi sono stati per te di supporto, incoraggiamento?

L’incontro più bello che ho avuto è stato con Celentano, nel 2006: mi diede molto. Se Baudo prese Vita tranquilla forse è stato merito del fatto che prima Celentano avesse cantato La situazione. Quello fu un bell’incontro. Poi collaborai con Zucchero, lo sentii per telefono, incontrai Morandi, ma devo dire che tutti gli incontri che ho avuto sono stati fortunati. Io sono un curioso, tendo a non giudicare, le persone che ho incontrato mi hanno sempre dato qualcosa.

– Hai vari talenti, anche come illustratore, disegnatore. Qualcuno ti ha dato il Là nel tirare fuori, nello sperimentare?

Bè andiamo molto indietro nel tempo. Al liceo avevo un professore estremamente illuminato. Lui è un pittore, mi fece disegnare, è stata una persona importante nella mia vita, un esempio per vedere cosa potessero diventare le emozioni. Credo che la musica andrebbe insegnata come si insegna a scrivere. E lo stesso vale per il disegno, anche se è un fatto più istintivo. Comunque ce ne sono state molte di persone.

– Hai studiato al Conservatorio cominciando con il flauto traverso. Lo suoni ancora? E come mai non lo ritroviamo nei tuoi brani?

Ne La mela c’è il flauto, alla fine della canzone. Adesso riprenderò a suonarlo, abbiamo in mente di inserirlo nei concerti. Ho riappacificato il mio rapporto con il flauto traverso e quindi con il Conservatorio e con l’Accademia. Non è poco, è un bel passo perché per anni non ho potuto vederlo.

– Perché? E’ qualcosa che hai ritrovato?

Non so, è come quando nuoti e fai agonismo. Ho studiato molto, tante ore al giorno, volevo diplomarmi e fare il concertista, poi mi sono reso conto che non avrei potuto, non avevo la disciplina necessaria. Per cui finito il Conservatorio, ho mollato lo strumento, sapevo che non mi avrebbe permesso di sopravvivere. In me, essendo orfano, c’è stata sempre questa grande ricerca delle risorse, come un piccolo scimpanzé: una volta passeggiando per il centro di Milano, in una via, c’erano esposte delle foto e in una c’era un cucciolo rimasto da solo, destinato a morire, come diceva una scritta; la madre era stata uccisa forse da un cacciatore e un cucciolo in natura è destinato a soccombere. In me c’è sempre stato un grande spirito di sopravvivenza. Per cui quando ho capito che il flauto non era la mia vita, che non poteva aiutarmi a sopravvivere, l’ho lasciato. Ora penso che potrebbe aiutarmi e lo riprenderò. Non so cosa mi sia scattato dentro, ma c’è voglia di riprendere gli spartiti, di rivivere quell’esperienza in maniera diversa.

– Con il tour Invulnerabile, sei su piccoli palchi in giro per l’Italia, in ensemble con Marco Guarniero alla chitarra e Michele Fazio al pianoforte. E in preparazione c’è uno spettacolo teatrale. Cosa ti piace di questa dimensione?

Lo spettacolo teatrale lo presentiamo dal 4 luglio al teatro I di Milano. La dimensione acustica a me piace perché da molti spazi. Michele e Marco sono due fuoriclasse, per cui ci sono grandi spazi sonori, molto ampi e liberi. Questo permette ad ognuno di esprimere più sfumature, si può giocare di più con le dinamiche che non con una sezione ritmica. Ed è molto più rock in questo momento, che non la solita formazione: trovo molto più sperimentale questo trio, che a me piace molto. Nato da esigenze tecniche, è diventato una forza.

– Il pubblico come sta reagendo?

Noi ci divertiamo e sembra anche il pubblico. Ci divertiamo tutti!

– E l’emozione cos’è? Cosa ha a che fare con la tua musica.

E’ voglia di vivere. La musica è vita, per me è un mezzo per comunicare. I modi e i temi che trova, che vengono affrontati, sono sempre voglia di vivere. Ciò che mi sembra importante, viene comunicato. La voce, la musica, la parola sono vita.

– Che peso ha l’emozione all’interno della canzone e del tuo lavoro?

E’ un mix tra emozione e messaggio. L’emozione è qualcosa di indefinito, senza parole, è una sensazione. A me piacerebbe avere un po’ il controllo di tutto, ma non ce l’ho quindi al messaggio si aggiunge l’emozione. L’amore, la paura, la gioia sono qualcosa di irrazionale, mentre il messaggio è estremamente razionale. Due ingredienti che talvolta si mischiano bene, altre meno. Quello che mi interessa è la vita: quando ascolto qualcosa voglio sentire la vita nella voce. Ci sono voci che non arrivano neanche a sfiorarmi, altre invece mi colpiscono in profondità, perché ci sono delle vibrazioni: chi sta cantando è entrato dentro di sé, sta cercando di comunicare qualcosa. Per cui credo che l’emozione sia ciò che ci attraversa e ci unisce tutti. Cosa che poi trascende il messaggio. Mi sembrava che fosse proprio la Mori a dire che Celentano potrebbe leggere l’elenco del telefono ed emozionarti! Ma perché? Penso perché sia semplicemente una persona viva. Tutte le persone vive, anche quando ti parlano al bar ti danno emozione, che è interiorità, essere spontanei, puri, non manierati. Anche nella musica tecnicamente esiste l’inganno, la parvenza. A me non è mai interessata la tecnica in questo senso, salvo essere lo strumento per esprimermi. Detto questo, non devi dimostrare nulla, sei libero. E Celentano lo è.

– Pensando alla canzone chi altro riesce a suscitare in te una emozione?

Anche Toto Cotugno, è una persona libera ed alcune sue canzoni mi emozionano molto, come anche Drupi, Battisti ed altri. Ultimamente invece le canzoni mi colpiscono poco, forse perché non sono in ascolto. E anche perché la canzone si è persa negli ultimi anni, non c’è un messaggio. In radio qualche giorno fa sentivo uno speciale sul Quartetto Cetra: erano dei grandi. Nella loro canzone c’erano dei messaggi chiari. Ci sono stati anni d’oro nella canzone italiana, mi auguro che possano tornare.

– Nel tuo percorso artistico non c’è solo la musica. Quale filo lega insieme i tasselli della tua creatività.

La curiosità e la voglia di vedere le emozioni prendere una forma; vedere il potere dell’immaginazione. Come fare un disegno su un foglio bianco, dove prima non c’era. Mi piace riprodurre e così scrivere, sintetizzare un’emozione. Cercare di capire l’amore e ogni cosa. Alla base di tutto c’è il desiderio di comprendere come l’immaginazione possa modificare la vita, con tutte le forme.

– Se tuo figlio ti chiedesse cos’è l’arte?

Mah, sto zitto! Chiedo a lui di dirmelo: lo sa meglio di me e anche di te! I bambini sono sottovalutati, avremmo noi da imparare da loro. C’è questa grande presunzione di insegnare, che secondo me è sbagliata: si impara gli uni dagli altri. Io ho da insegnare quanto ho da apprendere. In questo caso la domanda la farei a lui e la risposta sarebbe migliore di quella che gli darei io.

– Potrebbe essere la chiave per salvare tutto il cesto delle mele?

Può essere una grande rivoluzione partire da questo. Possiamo cambiare tutto, basta vedere tutto in modo diverso.

Sara Cascelli

Autore

Sara Cascelli

Sara Cascelli

Classe 1977 è giornalista pubblicista, laureata in Scienze Politiche. Ama la scrittura e la comunicazione. Collabora negli anni con diverse testate e magazine scrivendo prevalentemente di teatro, musica, eventi e realizzando numerose interviste. Si dedica contemporaneamente all’attività di ufficio stampa, dal teatro alla televisione e sperimenta l’esperienza radiofonica, tra web radio (3 stagioni su www.deliradio.it con Il Tè di Mezzanotte, e ora su www.mixcloud.it ), e FM (radio Manà Manà “38° Elemento”).