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Con Capossela una polvere magica conquista il pubblico romano

una nuvola di polvere carica di energia ha abbracciato una platea gremita di persone alla fine divertite e festanti sotto il palco.

Apertura in grande stile per il nuovo tour di Vinicio Capossela ieri sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Una serata inaugurale carica di energia per presentare l’ultimo lavoro discografico, Le canzoni della Cupa: un album antologico in due parti che raccoglie 28 brani  e affonda nelle profondità della tradizione popolare e musicale italiana, in un’antologia iniziata nel 2003/2004 e conclusa negli ultimi due anni. E allo stesso modo, in due parti viene presentato il tour, diviso tra POLVERE, per la stagione estiva, all’aperto, e OMBRA, che si svolgerà in autunno, al chiuso dei teatri.

E di polvere ieri sera alla Cavea ne è stata alzata molta e come una nuvola carica di energia ha abbracciato una platea gremita di persone alla fine divertite e festanti sotto il palco.

Ma partiamo dal principio. La scenografia è ricca e dal gusto teatrale, che negli ultimi anni Capossela sembra prediligere: fascine di grano, un palo con degli altoparlanti, parti di luminarie da festa di paese. I musicisti sono disposti su più piani a partire dai grandi tamburi che alle 21.30 cominciano a rimbombare, profondi, ancestrali: lo spettacolo va a cominciare e dal fondo, in controluce, si vede emergere una creatura che man mano prende la scena.

Ed è lui, Vinicio Capossela, in una tenuta da sciamano, posseduto come, appunto “La creatura del grano”, titolo del pezzo che apre il live. Lo sciamano esce e fa il suo ingresso ufficiale il cantautore che per una volta abbandona il pianoforte per chitarra e fisarmonica, strumenti che alterna durante tutto lo show, insieme a cappelli e maschere. A rimanere invariato sul secondo brano è un’atmosfera ancestrale, dai suoni bassi e profondi, per cantare di “Femmine”, sempre dal nuovo album; femmine di cui, spiegherà poi il cantautore, è gremita la tradizione popolare, nella quale la figura femminile sembra quasi schiacciata da tante storie, diverse angolature, sfumature che vengono raccontate in due ore di live come un omaggio speciale.

Capossela saluta e manda baci al suo pubblico curioso di scoprire i nuovi brani e farsene rapire, cosa che accade ben presto; con “La padrona mia” il sapore di festa paesana si tinge di tinte messicane, con due mariachi in scena: camicia bianca, sombrero e trombe squillanti. Il ghiaccio da serata inaugurale si scioglie e Capossela abbraccia gli ansanti generoso di spiegazioni circa gli aneddoti e i proverbi da cui ognuno dei brani prende il via. E gliene siamo grati perché c’è un pezzo di una storia dimenticata in ogni canzone, e un lavoro da filologo e ricercatore cui è doveroso dare atto.

Così si alternano storie di donne, tratte dal vasto pantheon della tradizione popolare, “Franceschina” o “Taresuccia”,  di cavallereschi uomini innamorati , “L’acqua chiara”, di amori perduti, “La rondinella”, e ancora di festanti ubriachi in festa: istantanee  color seppia che raccontano di scenari lontani ma non ancora perduti, o almeno il merito del cantautore è proprio quello di far risvegliare antichi sentimenti e forti emozioni che, come da copione, ad un certo punto trasformano il pubblico composto sulle proprie sedie, in una platea partecipe che non può far a ameno di ballare, con buona pace dello staff che dapprima rimanda al posto loro i primi tre audaci che si parano sotto al gruppo, ma che si rassegna a far presenza sotto palco, tra la folla che posseduta dai brani di tarantella, scende anche dalla galleria per stare sotto palco!

Il live è più che generoso e Capossela partecipe e felice dell’accoglienza del nuovo lavoro, che ci spiega come sia nato tanti anni fa in terra sarda, nell’arcipelago di Cabras, mentre intona le note di un blues nostrano come “Scorza di mulo” per poi seguire le orme del cantautore Matteo Salvatore, cui rende omaggio. Il concerto è un crescendo di emozione, la polvere come fosse una magica pozione incanta tutti, come nelle migliori feste si lasciano andare come ebbri a “Pettarossa” e “Nacheci” (dove “chi muore, muore e chi campa, campa”) fino ad una vera esplosione di gioia, faccenda tanto rara di questi tempi, che diverte tutti con “Lo sposalizio di Maloservizio”. E tra tamburi e trombe squillanti, riferimenti letterari e accorgimenti teatrali, ci si avvicina alle ultime battute che ripercorrono anche immancabili vecchi successi: “Che cos’è l’amore”,  “Pena dell’alma” e “L’uomo vivo”, ricordando il glorioso concerto al Pincio di Roma nel 2006. Poi uscito e rientrato con un elmo da gladiatore in testa, come dentro “Al Colosseo”, Capossella presenta la band “che ha fatto scintillare la polvere”: Glauco Zuppiroli (contrabbasso, guitarron), Mirco Mariani (mellotron, batteria, cymbalon), Alessandro “Asso” Stefana (chitarra, banjo), Victor Herrero (chitarra battente, elettrica, classica, vihuela), Agostino Cortese “Ago Trans” (cupa cupa, grancassa), Antonio Vizzuso (cupa cupa, tamburi), Enza Pagliara (voci e tamburi), Giovanangelo de Gennaro (voci, viella, aulofoni, Tamburi), Sergio Palencia e Angelo Mancini o meglio i “Mariachi Mezcal (trombe).

Tra un sorso di vino e un ringraziamento, spiegando che “così com’ero, restar non posso; quello che sono mi porto addosso” – verso che chiude l’antologia folk de “Le canzoni della cupa” –  Capossela conclude il lungo concerto con qualche brano in più. Prima una intensa ballata notturna per ricordare tutti coloro che hanno abbandonato la propria patria in cerca di una vita migliore, come fece anche suo padre e come oggi  ancora tante persone nel mondo, che non  hanno però neppure un  pezzo di pane da portare con sé, che si muovono come “La golondrina”  che per chilometri e chilometri non smette mai di volare. E poi un omaggio e un ricordo, perché  se polvere eravamo e polvere torneremo, “è bene finire con un bel fuoco d’artificio” per salutare un interprete italiano a cui i più sono affezionati, che proprio ieri è venuto a mancare, Bud Spencer.

Tutti in scena per i saluti, tutti felici per l’accoglienza del nuovo album, tra ringraziamenti reciproci che volano dal palco alla platea e che promettono un tour di successo in attesa di scoprire, il prossimo autunno, come Capossela ci racconterà l’ombra di questo lavoro folk che racconta storie che forse nel nostro DNA resistono ancora e ci sapranno riavvicinare alla vita reale e ad un’identità che sembra dimenticata.

Sara Cascelli | Foto: Giusy Chiumenti

Autore

Sara Cascelli

Sara Cascelli

Classe 1977 è giornalista pubblicista, laureata in Scienze Politiche. Ama la scrittura e la comunicazione. Collabora negli anni con diverse testate e magazine scrivendo prevalentemente di teatro, musica, eventi e realizzando numerose interviste. Si dedica contemporaneamente all’attività di ufficio stampa, dal teatro alla televisione e sperimenta l’esperienza radiofonica, tra web radio (3 stagioni su www.deliradio.it con Il Tè di Mezzanotte, e ora su www.mixcloud.it ), e FM (radio Manà Manà “38° Elemento”).