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Bon Jovi, This House Is Not For Sale – La Recensione

Sono finiti da parecchio i tempi di “Wanted Dead Or Alive” o “Born To Be My Baby” ed il gruppo ha svoltato per un genere decisamente più pop con del rock ben fatto perché Jon Bon Jovi fondamentalmente, rimane il grintoso rocker intrattenitore di sempre…

Per la maggior parte di una decade, 1986-1996, i Bon Jovi hanno sempre rinnovato il loro suono marcatamente rock, partendo dai primi album dal sound tipicamente anni ottanta, finché non hanno pubblicato “It’s My Life” e la loro carriera si è divisa in due epoche.

Con quell’album, ritornarono in voga abbracciando un pubblico più vasto ma scontentando parte dei vecchi fan e fossilizzandosi per altri dieci anni in una linea pop, continuando a creare solo hit di successo, quasi a dimenticare le radici della band hair rock che furono.

Nel 2013, con “What About Now”, il chitarrista Richie Sambora lasciò il gruppo in circostanze che rimangono tutt’ora da chiarire, il batterista Tico Torres necessitò un intervento chirurgico all’addome durante il tour e Jon Bon Jovi lasciò per qualche tempo la musica alle spalle per concentrarsi sulla National Football League. Nel 2015, la prima performance della band programmata in Cina fu annullata, la causa pare possa essere stata che la band usò le immagini del Dalai Lama nel corso di alcuni spettacoli a Taiwan del 2010 ed il Governo Cinese preferì non farli esibire.

Forse, proprio per questi eventi passati, la band ritorna con un album che li riporta per certi versi alle radici pur non avendo più quel quell’impronta velata di blues e rock classico che solo Sambora riusciva ad aggiungere.

Dopo tre anni pesanti per Jon Bon Jovi, con un’uscita vincolata da un contratto con l’etichetta Island, che dopo essere stata abbandonata dal gruppo, ritorna con questo “This House Is Not For Sale” dal sapore moderno e venature vecchio stile.

Largamente annunciato da tre singoli, l’album è stato pubblicato lo scorso mese di novembre. La title track “This House Is Not For Sale” apre l’album, un brano d’impatto che riprende a grandi linee le vecchie hits “Because We Can” e “Have A Nice Day”, una canzone tipicamente bonjoviana con ritornello forse esagerato nei cori ma che si memorizza fin da subito e sarà cantata a squarciagola da tutti i fan nei prossimi concerti. Il brano è stato scelto come singolo ed è accompagnato da un bellissimo video. La seconda traccia, “Living With The Ghost” ha invece un suono più moderno, un brano semplice e mirato nel quale, forse, non si rimpiange troppo Sambora per la chitarra di Phil X che rimane comunque meno presente del suo predecessore. Con “Knockout” ci si ritrova in un pezzo decisamente potente e diverso da ciò che la band ci ha finora proposto. Un sound fin troppo moderno e che, bisogna dirlo, stona col resto dell’album. “Labor Of Love” è invece una bellissima ballad un po’ vecchio stile, qui si ritrovano i Bon Jovi che furono.

“Born Again Tomorrow” è un altro pezzo fantastico, da grandi cori da cantare durante i loro concerti.

Con “Rollercoaster” si ripresenta un gran bel brano infiammato e sempre incline al pop, ormai bisogna farsene una ragione, molto orecchiabile ed apprezzabile.

“New Year’s Day” non arricchisce l’album, giusto dei riff di chitarra veloci che non hanno molto senso in tutto il contesto del brano ma in compenso sappiamo che un chitarrista i Bon Jovi, ce l’hanno ancora.

“The Devil’s In The Temple”, brano veramente intenso, ricco e veramente molto bello, con la voce di Jon decisamente più grintosa e i virtuosismi chitarristici di Phil X.

Altra ballad del disco, “Scars On This Guitar”, un brano senza effetti e fronzoli, con chitarra acustica e voce, pianoforte e tastiere, un piccolo capolavoro.

“God Bless This Mess” è la scontata formula “ciò che vende non si cambia”, un pezzo piuttosto soporifero… ma è con la traccia “Reunion” che i Bon Jovi superano loro stessi in bruttezza musicale, mentre “Come On Up To Our House” (terza ballad dell’album) è un’altra riuscita traccia soft che incanta.

Sostanzialmente “This House Is Not For Sale” come disco non è male, potrei dire coraggioso. Certo ha le sue pecche che lo rendono un tantino imbarazzante in alcuni momenti, il songwriting e la musica risentono parecchio della mancanza dello stile e della presenza di Richie Sambora, persino nei cori, molto probabilmente d’ora in avanti dovremo abituarci a questo nuovo sound.

Sono finiti da parecchio i tempi di “Wanted Dead Or Alive” o “Born To Be My Baby” ed il gruppo ha svoltato per un genere decisamente più pop con del rock ben fatto perché Jon Bon Jovi fondamentalmente, rimane il grintoso rocker intrattenitore di sempre che invecchiando si è adeguato ai tempi sfornando dischi sempre di alto livello pur essendo forse discutibili, tornando ogni volta a scalare le classifiche, passaggi in radio e riempiendo stadi e palazzetti perché la band avrà sempre i propri fan fedeli, come la sottoscritta, a portarli costantemente in palmo di mano. Tanto di cappello, in questo caso da cowboy, a questo musicista che ha ancora la voglia e la determinazione di rimettersi in gioco ogni volta con un disco diverso.

Valeria Campagnale

Autore

Valeria Campagnale

Valeria Campagnale

Classe 1970, appassionata di musica fin da piccola, cresce con David Bowie, il primo punk, l’ondata dark degli ottanta, il newromantic e trova poi il proprio interesse sfociare nella musica hard rock, con l’attrazione per i generi glam, street e sleazy di cui è una fiera portabandiera.
Si iscrive a scuola d’arte e ne consegue il diploma con una tesi sul suo pittore preferito, Andy Warhol.
I propri idoli sono David Bowie, Alice Cooper, Billy Idol, Bruce Dickinson e Chris Holmes.
Ha fatto del proprio interesse musicale la sua attività, seguendo artisti come manager e promoter e collabora con alcune webzine hardrock.
Tra i suoi vari interessi, svolge anche volontariato animalista ed è una appassionata di gatti.