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Björk incanta l’Auditorium: la tappa romana del Vulnicura tour è un vero e proprio inno alla bellezza

L’ultimo LP è probabilmente il più intimo ed introspettivo della sua carriera

‘La crasi per uscire dalla crisi’, penso sorridendo. Björk approverebbe.

I giochi di parole sono il piatto forte della poliedrica artista islandese che, per descrivere la maniera in cui è riuscita ad uscire dalla profonda crisi coniugale che ha segnato la fine della sua storia d’amore con Matthew Barney (stimato regista e padre della sua secondogenita Isadora), ha pensato bene di coniare un neologismo ad hoc: Vulnicura, fusione tra i termini latini “vulnus” (ossia “ferita”) e “cura”, e di utilizzarlo come titolo dell’ultimo LP.

Probabilmente il più intimo ed introspettivo della sua carriera, l’album parla dei processi di guarigione che implicitamente facciamo scattare quando ci troviamo ad avere a che fare con qualcosa che ci addolora; è uno splendido elogio all’amor proprio come necessaria via di scampo, vitale esigenza di sopravvivere nonostante tutto.

Vulnicura è anche il nome di un tour che la riporta a Roma dopo sette lunghissimi anni d’attesa (chi, come me, la adora e la vide nel 2008 durante la tournèe di Volta sa di cosa parlo), sempre all’Auditorium, in quella splendida Cavea che pare “cucita” su misura per lei.

A proposito di cuciture, tutti noi ce l’aspettavamo infagottata in qualche eccentrico abito di scena, come è solita apparire ultimamente… Ed invece sa stupirci a partire dal trionfale ingresso: vestita di rosso corallo, un Ungaro aderente dallo spacco vertiginoso che ne esalta il fisico esile e aggraziato – che questa “vulnus” le abbia fatto bene? Sembra più giovane di prima! – Björk incanta il pubblico. E non ha ancora aperto bocca.

Poi lo fa, inizia ad intonare le prime note di Stonemilker e la folla è in visibilio. Sul palco lei, 15 archi, il percussionista Manu Delgado e il tuttofare dell’elettronica Arca. Un dream team.

Una formazione del genere necessita di un contorno all’altezza: e così ecco che, nel corso della serata, si alterneranno fuochi d’artificio, lingue di fuoco, luci, laser e proiezioni in maxischermo (parlando d’amore, che amore sia, ma fuori dagli schermi: Björk sceglie come fondale visivo delle clip che illustrano i rituali d’accoppiamento di lumache, serpenti, insetti ed invertebrati misti…) ad accompagnare un concerto che è un vero e proprio inno alla bellezza.

Perfetta, lei, non sbaglia una nota nonostante trapeli dalla sua voce un filo d’emozione – e questo mi piace molto, nel 2008 la ricordo sempre precisa ma glaciale e distaccata – incontenibile, vuoi perché riarrangiare brani storici e di spessore come Come To Me o Harm Of Will non è un gioco da ragazzi, e lei e i suoi musicisti lo fanno divinamente, vuoi perché alcuni nuovi pezzi come Lionsong o Black Lake la mettono a nudo davanti alla folla. Björk emoziona e si emoziona, canta per far sì che qualcosa di rimando “canti” all’interno di chi la ascolta, non lo fa in maniera unilaterale, la sua musica è un boomerang.

Il pubblico recepisce e canta, si alza in piedi, fa i cori come allo stadio: intonando Family e Pleasure is all Mine, ballando sulle note di Wanderlust e gridando di gioia per un encore inaspettato e fuori da ogni previsione di scaletta quale è Mutual Core, i fan restituiscono all’artista di Reykjavik tutto lo splendore che in più di venti anni di intensa carriera lei ha donato loro, in maniera indiscussamente generosa.

L’amore che dai prima o poi ritorna, questo ci insegna Bjork.

E da oggi ci insegna anche un’altra, salvifica verità: anche la fine di un amore è un ottimo punto da cui ripartire. Per risorgere dalle proprie ceneri, come fanno… certi bellissimi cigni islandesi di nostra conoscenza.

Valentina Benvenuti