Generation Interviste

ANTEPRIMA: JAKE BELLISSIMO – Piece of Ivy, Go Gently, Independence day

Jake Bellissimo (da Rochester, New York) ha di recente fatto uscire il suo album dal titolo The Good We’ve Sewn, noi oggi su Qube Music proponiamo in premiere un suo live set acustico; per conoscere al meglio questo interessantissimo artista l’abbiamo anche intervistato per capire da dove viene fuori questa sua grandissima attitudine a creare un set intimo e ricercato.

– La tua carriera parte molto prima del progetto Jake Bellissimo. Come sei cambiato e sei arrivato a questo disco?

Alle superiori ho scritto un disco con il piano che ho pubblicato con il mio vero nome, ma per la maggior parte delle volte ho usato più moniker. Questo in parte perché non volevo pubblicare un album brutto con il mio vero nome (cosa che tra l’altro ho fatto e poi ho prontamente eliminato nel 2013), ma anche per separare tutti i miei lavori e non sentirmi legato ad un nome o ad un personaggio in particolare. Dopo che è uscito l’album di Gay Angel, “Floral”, mi sono trasferito a Berlino per un anno e ho avuto un momento di svolta personale dopo il quale ho abbandonato i cinque (o giù di lì) nomi che usavo a quel tempo. La musica per me è sempre stata un mezzo per affrontare e gestire le cose, ma nel momento in cui è diventata più presente nella mia vita ho dovuto fare qualche cambiamento personale per far sì che questo processo non diventasse ciclico (nel senso che non perpetuasse ciò che stavo cercando di superare), quindi ho acquisito altri modi per fare musica e documentare la mia vita.

Nella primavera del 2016 ho fatto uscire un EP (“Piece of Ivy”) con il mio vero nome e subito dopo ho avuto una serie di problemi personali che mi hanno portato a sentire che avevo bisogno di definire me stess*. Un po’ abbattut*, sono tornato negli Stati Uniti e ho vissuto per qualche settimana con una persona a me cara, Acadia (che fa i cori in tutto l’album), in una casa a cui stava badando. In questo periodo di tre settimane ho fatto sì che il confronto con me stesso su quanto stava accadendo diventasse il mio lavoro a tempo pieno ed è stato durante questo processo che ho scritto “The Good We’ve Sewn”, con il nome di Jake Bellissimo.

– Parliamo anche del tuo lavoro per WWNBB che ti ha legato all’Italia. Come ti aiuta a scrivere e a trovare ispirazione questa continua apertura che hai nei confronti del mondo?

Ho conosciuto WWNBB dopo aver fatto un paio di concerti in Italia nel 2016. Ero attratto dalla varietà del loro roster e dal fatto che non ci fosse un’estetica precisa tra gli artisti ma solo molta sensibilità e umanità. Il loro interesse per il mio lavoro mi ha dato una sensazione di libertà artistica che ha reso facile dire di sì, e, combinato con l’ispirazione che ho preso dai miei nuovi compagni di etichetta, penso che quel senso di famiglia sia stato utile nel mio processo creativo.

Nei confronti di un mondo non sempre semplice da capire, ci puoi spiegare qual è per te la responsabilità sociale di un artista?

Penso che l’arte (specialmente nel contesto attuale) sia intrinsecamente politica e che l’artista dovrebbe esserlo altrettanto. Anche se apprezzo l’arte legata ad una coscienza sociale, non credo che sia necessario per tutti  occuparsene se non ci si sente a proprio agio nel farlo. In ogni caso penso che sia responsabilità dell’artista comprendere come il proprio lavoro sia collocato nella società, in opposizione alle persone che dicono che non vogliono essere politicamente coinvolte e che quindi il loro lavoro non ha in nessun caso un contesto politico in cui si colloca – questo implicherebbe che la loro arte esisterebbe solo per se stessa, invece di essere pubblicata/messa in circolazione/usufruita in una cultura che, di fatto, ha dinamiche politiche e sociali.

 – Cosa significa essere un artista negli USA e cosa pensi ci sia di diverso in questa concezione in Italia?

Io ho girato solo alcune parti dell’Italia in tour, quindi non credo di poter dire qualcosa sulla cultura musicale in Italia o come si distingue da quella americana. Negli Stati Uniti ci sono sempre problemi con i fondi per l’arte e per altre cose come il sistema sanitario, perciò credo che questa cosa renda essere artista più complicato, ma questo succede anche in altri posti, è solo una mia opinione. Anche andare in tour è diverso, perché i trasporti pubblici negli Stati Uniti non sono così efficienti e comodi come in Europa, quindi dove è possibile ci si sposta solitamente in macchina.

– Quali sono le tue fonti di ispirazione nei suoni? Come sono cambiate nel corso degli anni?

Per me la musica è sempre stata la risposta a qualcosa che si prova, e i suoni e le storie sono creati per rappresentare quel qualcosa. Ciò che è cambiato nel corso degli anni è dove trovo quelle sensazioni e come influenzano il mio processo di scrittura, mentre ciò che è rimasto sempre costante è stata la funzione dell’arte per me, cioè un modo di elaborare ed esaminare la vita e allo stesso tempo alimentarla, il più delle volte partendo dalle esperienze in prima persona.

Autore

Qube Music

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