Interviste

Alessandro Pieravanti: 500 e altre storie, tra narrazione popolare e letteratura

Alessandro Pieravanti racconta la sua raccolta “500 e altre storie” presto in ristampa e si racconta a noi di Qube Music. Durante la Sagra della Castagna di Manziana, tra letteratura e musica folk, abbiamo conosciuto meglio l’autore e percussionista de “Il Muro del Canto” e la sua opera prima

Alessandro Pieravanti racconta la sua raccolta “500 e altre storie” presto in ristampa e si racconta a noi di Qube Music. Durante la Sagra della Castagna di Manziana, tra letteratura e musica folk, abbiamo conosciuto meglio l’autore e percussionista de “Il Muro del Canto” e la sua opera prima.

Il tuo libro 500 e altre storie, uscito nel 2015, è lo sfogo di un moderno Pasquino che, anziché prendersela con i potenti, osserva il popolino assuefatto dal consumismo e imbambolato dalla TV?

Si, diciamo di si. L’hai messa in una chiave bella e poetica. La possiamo anche immaginare così, nel senso che sicuramente è uno sguardo critico che però non vuole essere accusatorio né essere l’occhio di chi pensa di essere salvo da determinate dinamiche. E’ più un cercare di riportare dinamiche tipicamente italiane un po’ grottesche che sono a metà tra il sorriso e il dispiacere, situazioni che ci coinvolgono un po’ tutti. Non mi voglio tirare fuori dalle cose che critico, anzi penso che ci siamo tutti abbastanza dentro. Non mi sento nella posizione di chi deride le condizioni altrui, anche perché spesso mi riguardano in prima persona.

L’ epigrafe del libro è una frase molto bella di Borges tratta da Finzione, una frase erudita in un libro scritto in dialetto, una scelta particolare che mi ha piacevolmente sorpresa.

Quello che dice è abbastanza eloquente e chiaro nel riferimento al libro. Nonostante Borges non sia un autore semplice,  in quel passaggio dice che la buona letteratura è qualcosa che si trova anche per strada nei dialoghi tra passanti. Quindi il mio pensiero è che spesso si fa molta più buona letteratura riportando delle chiacchiere tra sconosciuti o di gente che non sa che sta in qualche modo facendo letteratura e che sta semplicemente comunicando, piuttosto che qualcuno che decide di scrivere qualcosa. Quando manca la volontà del raccontare si libera la scrittura dal peso dello scrittore e diventa semplicemente narrazione. Quindi mi sembrava una frase particolarmente azzeccata per il libro.

Il racconto che preferisco di 500 e altre storie è Vivere alla grande, che poi è anche parte integrante dei concerti de Il Muro del Canto, come è nato questo racconto?

Nel raccontare qualcosa di macchiettistico, qualcosa che alla fine ci coinvolge anche in prima persona come ti dicevo prima. Il prendere come spunto “negativo” qualcuno che ha come massima aspirazione il passare il sabato all’interno di un centro commerciale, o anche ritrovarcisi in prima persona perché alla fine le nostre vite sono fatte di varie componenti e può capitare di andarci, senza però sentirsi in difficoltà in quella situazione. Accettare la situazione anche se culturalmente siamo interessati ad altre cose, persone che hanno interessi diversi da chi vive solo di quel mondo, può succedere si sentirsi a proprio agio anche in quei contesti.  Ho voluto immaginare un personaggio ibrido,  un mix tra il classico coatto di periferia che però alla fine fa una riflessione sulla vita. Una riflessione un po’ più complessa di quello che è il suo livello, come se avesse una presa di coscienza, cosa che in letteratura è molto comune, c’è anche un termine tedesco per definirla. Presa di coscienza che uno non attribuirebbe a un personaggio di questo tipo, una riflessione sulla propria vita, quel momento di rammarico in cui il personaggio si riconosce che forse quello che vive non è il massimo dell’aspirazione che poteva immaginare per se stesso. Da bambini si hanno sempre sogni grandi, ma poi si finisce  per accontentarsi  del modello di vita che si ha. Io però immagino il personaggio del racconto che dopo questo attimo di elevazione si ributta sul divano e a capofitto nella vita che fa, a guardarsi il Grande Fratello con la moglie, senza andare oltre. Mi affascina il fatto di dare a gente, che viene comunque etichettata come “semplice”, delle riflessioni un po’ più complesse che secondo me hanno veramente. La semplicità che hanno è più che altro una maschera, un modo di fare per sentirsi forti, un atteggiamento. Mi piace esplorare questo tipo di figura, quando faccio gli spettacoli da solo espando i racconti e li unisco tra loro creando dei trait d’union formando dei meta racconti che danno anche ulteriori spiegazioni sui personaggi. Creo l’epopea del coatto che ha questi alti e bassi, riflessioni e pensieri. Mi piace immaginare una vita più complessa di quello che sembra. Anche perché a volte capita di dare un giudizio affrettato e poi invece approfondisci la conoscenza di una persona e ti rendi conto che c’è qualcosa in più. Quante persone conosciamo che sono molto diverse da noi, ma che nel privato riescono a dare molto di più di se stessi? Tante. Mi rendo conto che narrarle in un raccontino in rima rende meno di quello che vorrei dire, essendo limitato dalla metrica, dalla forma e dalla lunghezza. Il mio libro non lo considero neanche un libro, perché quelli sono versi nati per essere narrati a voce, l’ho fatto per permettere a chi mi ascolta durante un live di poterseli rileggere anche a casa. Non può essere preso come testo in quanto tale, perché solo scritto manca della mia intenzione e di tutta una serie di cose che voglio trasmettere a prescindere dalle parole di per sé.

Qui siamo ad una sagra di paese (Manziana, Sagra della Castagna), cosa ti piace dell’esibirti in contesti come questo? Si lega un po’ anche alla tradizione popolare e all’uso del dialetto?

Si lega tantissimo all’uso del dialetto. C’è un atteggiamento spesso un po’ snob nei confronti di questo tipo di manifestazioni, soprattutto da parte di un certo tipo di musica e di contesto musicale. Da parte mia e nostra invece,  sono quelle rare occasioni in cui si può ritornare in qualche modo in contatto con delle tradizioni che si sono perse e se c’è qualcuno che cerca di portarle avanti in maniera genuina credo sia un patrimonio molto importante. Quindi seppure in un contesto molto semplice, molto popolare , secondo me ha un valore molto importante. E noi ci sentiamo molto a nostro agio in questo tipo di manifestazioni, più che in altre situazioni sicuramente più strutturate e sofisticate.

Durante i concerti de Il Muro del Canto tu sei una sorta di narratore, com’è nato questo ruolo?

E’ nato dal fatto che era una cosa che facevo già da prima della nascita del Muro, poi con Daniele (Coccia, ndr.) abbiamo trovato questo incastro, anche perché io avevo già una serie di cose che avevo scritto e che mi piaceva raccontare. Poi è anche dovuto al fatto che spezzare un concerto con la voce e il racconto crea una dinamicità allo spettacolo e lo rende anche più fruibile. Quindi fondamentalmente dal primo concerto che abbiamo fatto insieme abbiamo trovato questa soluzione, questo incastro, che abbiamo deciso di portare avanti.

Se non avessi fatto il batterista e lo scrittore, cosa avresti fatto nella vita?

Questo non lo so, nel senso che comunque amo profondamente i contesti in cui si sta a contatto con la gente, quindi se dovessi immaginare una realtà lavorativa riesco a farlo solo pensando ad un ambito di contatto tra le persone. La società moderna ci ha spinto a creare delle figure lavorative e professionali molto alienanti e questo è quello che forse mi spaventa di più, perché poi si perde il contatto con la realtà; invece avere l’opportunità di vedere, conoscere e confrontarsi è qualcosa di bello. Sicuramente quello che mi manca è nella vita che faccio è il poter viaggiare un po’ più all’estero, visto che è una cosa che non possiamo fare.  C’è sempre qualche concerto o qualche prova, quindi è difficile prenderci del tempo per viaggiare. Inoltre il nostro è un progetto che all’estero non lavora. Siamo stati una volta nei Pesi Baschi e una volta in Slovenia, però il nostro non è un genere  per il pubblico estero. Quindi quello che mi manca è la possibilità di poter programmare un viaggio lungo,  fuori dall’Italia, è una cosa che non riesco a fare da più di dieci anni.

Consigliaci un libro, oltre al tuo ovviamente.

C’è un libro al quale io torno sempre e che rileggo, uno dei pochi libri che continuo a rileggere e non mi stufa mai, è Lezioni americane di Italo Calvino, che non è un romanzo, ma nasce come lezioni che lui doveva tenere negli Stati Uniti ed è anche un libro incompiuto perché poi purtroppo lui è deceduto. Libro molto importante per chi è appassionato di letteratura, perché va a definire una serie di caratteristiche come leggerezza e pesantezza, tutta una serie di cose che lui analizza facendo degli esempi e prendendo ispirazione da altri grandissimi autori, ponendo l’attenzione su cose che in un primo momento uno non avrebbe mai tenuto in considerazione. Sicuramente uno dei miei libri cardine, quindi mi sento di consigliarlo.

Se fossi il personaggio principale di un libro, chi saresti?

Ho qualche minuto per pensarci?

Certo!

Che ti posso dire?

Abbiamo parlato di Borges, abbiamo parlato di Calvino, torniamo a qualcosa di più folk e pop dato che io ho una passione per Stephen King, quindi essere un suo personaggio. Sicuramente essere in un libro di King porta a cose decisamente impegnative e spesso brutte, però lui ha un modo di descrivere le comunità, le popolazioni, le persone e anche i sentimenti che intercorrono tra la gente che mi ha sempre affascinato. Inoltre c’è una grossa componente territoriale nei suoi racconti, è spesso ridondante, c’è sempre qualcuno che viene investito da una macchina perché lui è stato investito, tutta una serie di cose ricorrenti che magari per chi ne è appassionato possono essere affascinati. Anche in quei libri in cui lui fa arrivare gli alieni o in quelli in cui ti aspetti chissà che finale e poi questo finale non arriva come te lo aspettavi, comunque avere la possibilità di ritrovarmi immerso in dinamiche di quel tipo, in una comunità di quel tipo, è una cosa che mi affascina.

Grazie del tuo tempo Alessandro.

Grazie a te.

Francesca Romana Piccioni | Foto: Denise Esposito

Autore

Francesca Romana Piccioni

Francesca Romana Piccioni

Classe 1985, nonostante una lieve forma di dislessia, ma grazie ad una volontà di ferro, impara a leggere precocemente. E’ ancora alle elementari quando una sua zia, al tempo Prof. di italiano, con il libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury prima, e con la trasposizione cinematografica di Truffaut poi, fa di lei una fissata del genere Sci-Fi e una nerd prima che l’esserlo diventasse di moda. Frequenta il Liceo Scientifico e la Facoltà di Medicina e Chirurgia, continuando a coltivare con tenacia la sua passione per la letteratura. Oltre ad aggiornare costantemente la sua già ricca collezione di libri, cinema, serie TV e scienza sono il suo pane quotidiano. Quando esce di casa, lo fa sempre con un libro in mano. Non si può mai sapere. Il tempo e il modo per leggere si trovano sempre.