Giusy Chiumenti Interviste News

A lezione di batteria da Luca Martelli

In occasione del suo passaggio a Roma con il Guerrilla Drum Show ho fatto una lunghissima ed altrettanto interessante chiacchierata con Luca Martelli. Gli argomenti sono molti perché Luca è impegnato in una miriade di progetti. Di seguito troverete tutto: dalle sue origini ai Litfiba, da Perle Per Porci – il nuovo disco di Giorgio Canali & Rossofuoco la cui uscita è prevista per il 10 marzo – al suo originale progetto solista.

– Parlami delle tue origini come batterista. Come ti sei avvicinato allo strumento e a che età?

Mi sono avvicinato alla batteria da piccolissimo, ma non so dirti esattamente l’età, né come ho fatto: ad un certo punto, verso i tre o quattro anni forse, mi sono ritrovato con delle bacchette in mano ed ho iniziato a picchiare su qualunque superficie mi trovassi davanti. La prima volta che vidi una batteria vera e propria fu, all’età di dodici anni circa, a casa di un mio amico. Mi sedetti, presi le bacchette e riuscì a fare un tempo non avendola mai suonata; mio padre assistendo alla scena pensò che forse avrei dovuto suonarla. Fu così, un anno o due più tardi, che iniziai a prendere lezioni da un ragazzo della mia zona e a quindici anni, dopo essermi trasferito a Ferrara, m’iscrissi ad una scuola dove insegnava Giulio Capiozzo. Quando l’istituto fallì, avendo un ottimo rapporto con questo insegnante, proseguì le lezioni a casa sua: lui abitava a Cesenatico ed io prendevo il treno ogni giorno da Ferrara per andare a studiare lo strumento.

– So che tra i tuoi batteristi preferiti ci sono, da sempre, Keith Moon, John Bonham e Ian Paice ma immagino che col passare degli anni ed il progredire della tua esperienza personale la rosa si sia ampliata. Attualmente quali sono i batteristi che consideri come punti di riferimento a livello tecnico e stilistico?

Si assolutamente, ma in realtà faccio molta fatica a stilare una classifica perché ne ho tantissimi. Tra i batteristi contemporanei è difficile fare qualche nome dato che tuttora alcune scelte stilistiche le mutuo dai musicisti degli anni settanta. La cosa è incredibile è che ascoltando la musica attuale ti rendi conto che il punto di riferimento è sempre quello. Io non ascolto solo il rock, ma moltissimi generi musicali e se penso anche a band crossover, come i Rage Against The Machine, mi rendo conto che prendono spunto – soprattutto nei tipi di sonorità – da gruppi degli anni settanta come i Led Zeppelin. Quindi il mio punto di riferimento è sempre lo stesso, anche se mi piacciono batteristi come Travis Barker dei Blink-182 o Brad Wilk degli stessi R.A.T.M. Sono comunque musicisti appartenenti a gruppi dalla carriera ventennale, più giovani non me ne vengono in mente e non ne capisco il motivo.

– Forse ormai sei tecnicamente troppo avanti tu! Come definiresti il tuo stile? Se ritieni di averne, qual è il tuo marchio di fabbrica come batterista?

Sai che non ne ho la più pallida idea! Io non mi definisco mai. Se c’è una cosa che non sopporto è quella di guardare i miei video o le mie fotografie mentre suono, anche se, purtroppo, spesso sono costretto a farlo perché – con l’avvento dei social network – rappresenta un’ampia fetta del mio lavoro. A prescindere da questo, una cosa di cui sono certo è che sono assolutamente di stampo rock. Anche se ho imparato a suonare da un jazzista, cimentandomi poi in moltissimi generi musicali, dalla bossa nova al rap fino all’elettronica e spaziare tra di essi mi piace, io sono un batterista rock a tutti gli effetti.

– Hai una tua personalissima top three di drum solo di tutti i tempi? Performance che, per un motivo o per un altro, ti sono rimaste particolarmente impresse.

Accidenti! Sinceramente penso sempre alle performance di Keith Moon, John Bonham e Ian Paice. Mi piace guardare ogni giorno batteristi come Portnoy, Barker o Jojo Mayer e comunque li seguo tutti, ma se devo scegliere la mia classifica resta invariata.

– Penso, ad esempio, ad un filmato in cui Keith Moon e Bonzo si alternavano alla batteria. Era un concerto dei Led Zeppelin tenutosi a Los Angeles nel 1977.

Si, esatto! L’ho visto: c’era Moon dietro le quinte. Fantastico! Fenomenale! Vedi il bello di questi batteristi, oltre allo stile, è il tipo di approccio: loro facevano tutto con una passione sfrenata, si divertivano e davano l’anima. Attualmente è diverso perché c’è di mezzo questa cosa chiamata lavoro che t’impone spesso di rispettare certi canoni ed imposizioni e di mantenere determinati atteggiamenti e finisce per snaturare il tutto. Loro davano l’impressione di divertirsi veramente e io lo ritengo un elemento fondamentale. Riflettendo, un batterista che mi ha davvero stravolto è stato quello dei Primus, mi ha fatto letteralmente impazzire. E mi piaceva molto anche quello dei Living Colour. Ma, tornando ai Primus, devo ammettere di aver preso tantissimo spunto da Tim Alexander, fenomenale per il fatto di essere riuscito a creare uno stile moderno pur mantenendo elementi propri degli anni settanta; amo il modo in cui utilizzava la doppia cassa, non come nell’heavy metal dov’è usata sempre in sedicesimi o in trentaduesimi, ma quasi realizzando delle melodie. Solitamente di un batterista che usa la doppia cassa si dice che è un “metallaro”, ma non sono della stessa opinione, io personalmente la uso anche nei Litfiba in alcuni passaggi dove reputo sia in armonia con il tutto, proprio come facevano i Primus.

– Parlami della tua esperienza con Gli Atroci.

Conobbi Gli Atroci e la loro musica molti anni fa grazie ad un mio amico che mi prestò un loro album dicendomi che si trattava di una band fortissima originaria di Bologna. Quel disco mi piacque talmente tanto che lo imparai praticamente a memoria. Una cosa ancor più eccezionale considerando il fatto che non sono un amante dello stile demenziale, nonostante ammetta infatti la genialità di gruppi come Elio e Le Storie Tese e gli Skiantos, io preferisco ascoltare testi che mi trasportino emotivamente. Anche suonando in band diverse tra loro, a me piace cambiare spesso il genere musicale: passare dall’heavy metal all’indie rock o all’hard rock mi fa bene e mi diverto a scoprire nuovi generi e ad informarmi sullo stile dei batteristi, in questo caso specifico metal. Dopo aver assimilato il disco de Gli Atroci, un amico m’informò che questi cercavano un batterista: c’era l’annuncio sul sito internet ed io vi risposi. Dopo qualche tempo mi chiamarono ed iniziò questa collaborazione che dura ormai da diversi anni ormai, abbiamo infatti registrato un paio di album assieme ed ora ne stiamo preparando uno nuovo. È molto divertente suonare con loro perché è altro rispetto a tutte le altre situazioni che ho in piedi e a me – come ti ho già accennato – piace cambiare.

– Il disco era proprio quel che ti volevo chiedere. Ne è prevista l’uscita dunque!

Assolutamente si, ci vuole! È passato troppo tempo!

– Effettivamente il vostro ultimo album è Metallo o Morte e risale al 2009.

Si: troppo tempo! Questo perché è molto difficoltoso trovare gruppi che vivano solo della loro musica; la maggior parte di loro ha un lavoro ed una famiglia e quindi diventa tutto molto più faticoso: mentre quando si è più giovani si passa la maggior parte del tempo in sala prove ed a scrivere canzoni, ora la mente è impegnata prima di tutto dai figli e dal lavoro e, di conseguenza, la lavorazione del disco richiede un arco temporale più ampio. Senza poi considerare che, trattandosi del quarto, si tende a ragionare di più sulle cose: nei primi lavori butti giù e registri tutte le idee che hai, ora devi stare attento a non ripeterti e ad adeguarti all’evoluzione dell’heavy metal. Il genere adesso è più melodico, parti trash e cattive si alternano a ritornelli melodici e noi – avendo un pubblico molto giovane – dobbiamo seguire queste tendenze, andare avanti. Cosa che io ritengo giusta, inutile riproporre la musica degli ottanta perché è già fatta – alla grandissima direi – da band del calibro degli Iron Maiden.

Luca Martelli (18)

– Mi trovi perfettamente d’accordo con te! Ma ora passiamo a Giorgio Canali & Rossofuoco: il 18 marzo esce Perle Per Porci, cosa puoi dirmi?

Non vedo l’ora! Siamo stati fermi quattro o cinque anni per diversi motivi, sono cambiate tante cose: io sono andato a suonare nei Litfiba, Giorgio ha riformato i CSI e quindi siamo stati molto impegnati entrambi, pur continuando a fare concerti, abbiamo fatto molta fatica a trovare il tempo per poter scrivere nuovo materiale. Negli anni Giorgio mi ha sempre parlato dell’esistenza di canzoni incredibili, ma sconosciutissime al grande pubblico e questo lo rammaricava perché si tratta di testi fenomenali che avrebbe desiderato scrivere lui. E così siamo andati in un casolare disperso nelle campagne, dove non avevamo internet o telefono e lì, in una settimana, abbiamo scritto delle canzoni originalissime utilizzando però i testi che Giorgio tanto amava. Ricordo che mi ripeteva di un determinato gruppo che aveva scritto un testo fenomenale, di autori – famosi o meno – di composizioni bellissime su cui si sarebbe potuto costruire un gran pezzo. E così abbiamo fatto in questo disco che a me piace tantissimo, innanzitutto perché suona molto bene. Adoro il sound che abbiamo ottenuto! Dopo quindici anni abbiamo un affiatamento impressionante, montiamo gli strumenti ovunque e suoniamo, in una settimana siamo riusciti a scrivere di getto undici canzoni, bastava un’occhiata e le cose veniva fuori facilmente divertendoci come bambini. E poi lo stare in questo casolare, piuttosto che in un cupo studio di registrazione in cui sei vincolato dalle ore, rendeva tutto migliore: la luce del sole filtrava attraverso le finestre mentre scrivevamo e registravamo direttamente i nostri brani. Noi abbiamo questo metodo: lavoriamo sul materiale e poi lo suoniamo subito, sempre tutti assieme contrariamente all’uso attuale di registrare separatamente, quando abbiamo finito lo riascoltiamo e se è di nostro gradimento lo teniamo. È molto divertente e consiglierei a tutti i musicisti di adottare questo metodo. Abbiamo registrato con i nostri mezzi – dai microfoni ai mixer – senza noleggiare costose strumentazioni, a dimostrazione che non è una cosa impossibile realizzare dei bei dischi a basso costo. Dopo tre giorni però avevamo bisogno di collegarci ad internet: siamo saliti in auto e siamo andati in città per connetterci e tirare un sospiro di sollievo, tutti drogati come siamo oggi dai social network, è stato faticosissimo distaccarsene per un così breve periodo, provateci!

– È previsto un tour promozionale?

Certo! Roma è una data sicura e non dovrete attendere nemmeno moltissimo tempo!

– Da come ne parli mi sembra di capire che consideri Giorgio Canali & Rossofuoco il tuo gruppo per eccellenza. È quello a cui senti di appartenere?

È la mia famiglia! Non so se sono il mio gruppo, ma so che sono la mia famiglia. Sono quindici anni che condividiamo ore di furgone, di hotel, appartamenti e palchi. Il palco soprattutto è un posto particolare: a volte stai suonando, ma altre – quando s’improvvisa – sei in un tuo mondo, stai facendo qualcosa di speciale con la tua famiglia. È incredibile davvero! Loro sono il mio punto di riferimento. Ho imparato praticamente tutto da Giorgio, dal regolare l’attrezzatura allo stare sul palco, devo veramente tutto a lui, ai suoi testi, alle sue parole che condivido profondamente!

– Cosa puoi dirmi invece in merito ai Litfiba?

ti dico quel che ormai tutti sanno: uscirà un nuovo album, ma non so quando e non lo so sanno ancora neanche loro.

Tu hai preso parte al processo creativo in questo disco?

I Litfiba lo sai, sono Piero e Ghigo. Le canzoni sono loro. Dovrai attendere l’uscita dell’album.

– Ok! Passiamo al Guerrilla Drum Show: come ti è venuta questa idea?

Ma che devo dirti: i Litfiba sono fermi, Gli Atroci sono fermi, Giorgio Canali & Rossofuoco sono fermi ed io a casa impazzisco, quindi dovevo inventarmi qualcosa ed ecco che ho deciso di fare questo tour che mi auguro sia divertente per voi come lo è per me. Ho questo giocattolo a fianco che mescola le basi. Ho passato intera notti ad eliminare la batteria da tutte i miei brani preferiti e ne ho tantissimi infatti quando mi chiedono quanto intendo suonare io non so cosa rispondere perché io andrei avanti per tre o quattro ore come faccio quando sono a casa. Ho già fatto alcune date ormai e le persone si sono divertite, secondo me sono pazzi ad assistere allo spettacolo di un batterista solo sul palco.

– Io non lo credo, ci dev’essere un motivo per cui le persone che assistono al tuo live show si divertono.

Ma chi lo sa! Io non te lo so dire perché, come ti ho accennato, non amo guardare le mie performance. So solo che io mi diverto. Sarò a Stoccarda e poi in Svizzera il primo marzo, pur non dando risalto a questo mio tour continuano a chiamarmi. Mi piacerebbe inserire dei video nello show perché mi sento troppo solo sul palco e magari vederli mi donerebbe una maggiore felicità ed inoltre renderlo più originale, utilizzando – che so – basi famose ma appartenenti a gruppi più attuali. Non vado matto per le cover, ma in questo contesto le adotto perché è da tutta la vita che desidero suonare con gli AC/DC, i Foo Fighters, i Led Zeppelin, i Deep Purple, ma non mi hanno mai preso e questo dunque è un modo per suonare con loro e realizzare, in parte, il mio sogno.

Laura Di Francesco | Foto: Giusy Chiumenti

Autore

Laura Di Francesco

Laura Di Francesco

Classe 1984. Manifesta precocemente la passione per ogni tipo di manifestazione artistica, prima tra tutte, la musica. Nel 2003 consegue il diploma di scuola media superiore in grafica pubblicitaria. Successivamente si iscrive alla Facoltà di Lettere all’Università degli Studi Roma Tre, laureandosi con il massimo dei voti. Attualmente lavora presso uno studio amministrativo e frequenta il corso di laurea magistrale in Italianistica. Unendo l’amore per il Rock e quello per la scrittura apre un blog «La filologa del Rock ‘n’ Roll» ed inizia a collaborare con la webzine «Nerds Attack!». Donna dinamica e dotata di un’inesauribile curiosità, viaggia spesso per assistere a concerti e festival. Il suo più grande sogno ed obiettivo è quello di fare della critica musicale il lavoro della sua vita.